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Attacchi di
panico. Teorie e modelli eziopatogenetici
La natura psicosomatica dell'attacco di
panico: un modello psicodinamico
Nel modello proposto da Franco De
Masi (2004) in una visione psicodinamica, gli attacchi di panico
hanno un'origine unicamente psichica, in grado di scatenare una
specifica ed automatica reazione neurobiologica. Secondo questo
autore, è possibile identificare due momenti progressivi nel
corso dell'attacco: in una prima fase l'ansia viene sperimentata
psicologicamente; il secondo momento è invece contraddistinto
da una predominanza di partecipazione corporea e la paura
iniziale si trasforma in ansia somatica incontrollata.
Dopo la prima esperienza,
l'attacco di panico tenderà a riproporsi; l'autore infatti
sostiene che il soggetto facilmente entra in un circolo
ripetitivo per il quale lo sviluppo di un'automatica risposta ad
ogni segnale ansiogeno tenderà a scatenare nuovi attacchi, che,
progressivamente, aumenteranno di intensità, fino a produrre nel
paziente la sensazione di essere dominato da una sequenza
crescente di eventi che sembrano seguire un corso progressivo ed
inarrestabile.
De Masi (2004) sottolinea
l'importanza della componente psico-emotiva nella genesi
dell'attacco: l'attenta e costante identificazione di ogni
segnale insolito, come un' aumento del battito cardiaco o un
dolore muscolare, porterà facilmente alla costruzione
immaginaria di un pericolo, da cui avrà origine un senso di
paura, che, se non sarà arrestato, potrà successivamente
tradursi in un terrore somatico.
In questo modo, l'attacco di
panico, creato dall'immaginazione, ma, allo stesso tempo,
esperito concretamente dal paziente, si può fissare come un
evento traumatico.
Nel corso dell'attacco di
panico, i meccanismi psicologici e biologici si evidenziano come
strettamente correlati. Per questo motivo, l'autore aderisce
anche ad alcune ipotesi neuroscientifiche, secondo le quali
l'ansia somatica deriva da un'attivazione impropria, mediata dal
sistema limbico, di primitivi meccanismi neurobiologici e
neurochimici che hanno origine dall'amigdala e causano un
cortocircuito di risposte psicosomatiche.
La visione psicodinamica
è basata sull’idea che agorafobia e attacchi di panico siano
l’espressione di un conflitto intrapsichico. In aggiunta alle
sopra menzionate considerazioni neuroscientifiche, l'autore
ritiene che i sintomi somatici a cui può essere attribuita una
chiara origine neurobiologica non sono direttamente connessi al
conflitto, ma piuttosto ad una basilare costellazione
psicologica ed elementare in cui la funzione di contenimento
dell'ansia è andata perduta. In quest'ottica, l'attacco di
panico sarebbe l'espressione del fallimento delle funzioni
inconsce che modulano e monitorano gli stati emozionali.
Il costrutto dell'attacco
di panico viene allora differenziato dall'autore in tre livelli:
il primo è sotto il controllo dell'amigdala e può provocare
reazioni somatiche e neurovegetative; il livello intermedio è
rappresentato dalla memoria traumatica, da cui possono originare
legami associativi e immagini visive o amnesiche che diventano
parte dell’immaginazione catastrofica; il terzo livello è invece
connesso alla struttura della personalità, alle esperienze
infantili e alle difese psichiche. Parallelamente
vengono distinti i trattamenti sulla base di questa
differenziazione; in tal modo, al primo livello operano i
farmaci psicoattivi, che diminuiscono l'intensità delle reazioni
neurovegetative attivate dal sistema limbico; al secondo opera
la terapia cognitiva, che mira a correggere le distorsioni
percettive generatrici di paura, attraverso strategie di
decondizionamento e progressiva esposizione del paziente agli
stimoli che inducono terrore.
Infine, al terzo livello opera la
terapia psicoanalitica, che, considerando l’attacco di panico
come una conseguenza di un disturbo nell’area dell’identità
personale e di una crisi dell’organizzazione difensiva, mira ad
intervenire ad un livello strutturale e non sintomatico.
Attacchi di
panico. Teorie e modelli eziopatogenetici
Difetti nella regolazione delle
emozioni: un modello cognitivo-comportamentale
Nel modello teorico derivante da due studi presentati da Tull e
Roemer (2007), assume una rilevanza centrale la capacità
dell'individuo di modulare le proprie emozioni.
Nel primo studio 91 soggetti con
una recente storia di attacchi di panico non provocati,
confrontati con un campione di 91 soggetti sani, hanno riportato
livelli significativamente alti di evitamento esperenziale,
mancanza di accettazione emozionale e scarsa chiarezza
emozionale.
Nel secondo studio, un
sottoinsieme composto da 17 soggetti che soffrivano di attacchi
di panico e 17 soggetti che non ne soffrivano è stato sottoposto
alla visione di film che suscitavano emozioni; i primi di questi
hanno dimostrato un maggior utilizzo, rispetto ai secondi, di
strategie di regolazione emozionalmente evitanti durante la
trasmissione dei film.
Secondo gli autori, la
capacità di regolazione delle emozioni, che consente di
modificare l'intensità o la durata delle emozioni, ha una
funzione adattiva, poiché facilita la disponibilità
dell'individuo ad entrare in contatto con l'emozione e, di
conseguenza a sentirla meno minacciosa, e favorisce il
perseguimento di specifici obiettivi. All'opposto, i tentativi
di annientare l'emozione completamente o in risposta ad
un'esperienza emotiva come la paura, la vergogna o altre
emozioni negative, sono stati associati a risultati peggiori
nella gestione della sfera emotiva. Nello specifico, i
meccanismi che gli autori definiscono “evitamento emotivo”, “non
accettazione dell'emozione” e “scarsa chiarezza e coscienza
emozionale” sono, nel loro modello, connessi alla psicopatologia
correlata ai disturbi d'ansia ed, in particolare, agli attacchi
di panico.
Gli individui che hanno
attacchi di panico manifestano una tendenza a temere ed evitare
le sensazioni interne collegate all'esperienza del panico.
Partendo da questo presupposto, gli autori suggeriscono che la
tendenza ad aver paura delle sensazioni corporee può portare
l'individuo a generalizzare gli stimoli che producono reazioni
fisiologiche simili all'ansia; tra questi è inclusa anche una
potenziale esperienza emotiva particolarmente intensa.
Se, allora, alcune emozioni sono
percepite come una minaccia a causa delle sensazioni interne che
le accompagnano, è possibile che gli individui che sperimentano
attacchi di panico accettino meno facilmente degli altri le loro
emozioni e siano motivati per questo a sviluppare strategie di
regolazione delle emozioni che rispondano ad una funzione di
evitamento. Ne sono un esempio i tentativi di modificare la
forma o la frequenza di esperienze interne non desiderate, tra
cui, soprattutto, talune emozioni.
Gli autori, basandosi su
osservazioni condotte su campioni clinici e non clinici
(Feldner, Zvolensky,& Leen-Feldner, 2004), ipotizzano che gli
individui che sperimentano attacchi di panico hanno più
probabilità rispetto agli altri di fare affidamento su strategie
di coping evitanti in risposta ad eventi emotivamente salienti.
A sostegno delle loro ipotesi,
Tull e Roemer (2007) citano anche lo studio condotto da Baker et
al (2004), da cui è emerso che pazienti con disturbo di panico,
confrontati con gruppi di controllo sani, manifestavano una
maggior tendenza a sopprimere e soffocare l'esperienza e
l'espressione di emozioni negative. Nello stesso studio condotto
da Baker (2004) i pazienti che soffrivano di disturbo di panico
riportavano, rispetto al gruppo di controllo, una maggiore
difficoltà a riconoscere le proprie emozioni.
Risultati analoghi sono
emersi dallo studio di Parker et al. (1993), che ha evidenziato
significativi livelli di alessitimia nei pazienti affetti da
disturbo di panico. Il costrutto di alessitimia, come ricordano
Tull e Roemer (2007), si estende lungo tre principali
dimensioni: difficoltà ad identificare i sentimenti; difficoltà
a descrivere i sentimenti; uno stile di pensiero orientato
all'esterno. Le prime due dimensioni corrispondono anche al
concetto di scarsa chiarezza emozionale descritto da Tull e
Roemer (2007).
Il modello di questi due
autori assume, dunque, che la difficoltà nella regolazione delle
emozioni (caratterizzata da: non accettazione emozionale,
evitamento esperenziale e/o scarsa chiarezza emozionale) può
portare l'individuo a percepire le emozioni come incontrollabili
e imprevedibili, due caratteristiche, queste, associate con gli
alti livelli di paura e ansia riscontrati tra gli individui che
sperimentano hanno attacchi di panico.
Inoltre, la non
accettazione delle emozioni e il ricorso a strategie di
regolazione emotiva esperenzialmente evitanti spesso producono
un paradossale effetto negativo, in quanto i tentativi di
evitare le emozioni possono effettivamente determinare un
aumento dell'angoscia e della diregolazione (Tull e Roemer,
2007).
Alcuni studi (gli autori
citano, a riguardo, quello condotto da Leen-Feldner et al. Nel
2004) hanno infatti evidenziato che la repressione
dell'espressione emozionale può provocare un aumento dell'arousal
fisiologico. Un aumento dell'arousal, negli individui che
sperimentano attacchi di panico, può accrescere l'ansia e, di
conseguenza, la possibilità di incorrere in un ulteriore
attacco.
L'evitamento
esperenziale può inoltre mantenere e rinforzare le associazioni
apprese tra le sensazioni corporee legate al panico e la paura e
una mancanza di chiarezza emozionale può contribuire nella
misura in cui le sensazioni interne vengono percepite come
ambigue e, di conseguenza, minacciose.
2008 Serena Terigi. Redazione Pagine Blu degli Psicologi
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