Attacchi di panico.
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IL DISTURBO DI PANICO

Trattamenti e psicoterapia

 

         In base al “cannocchiale teorico” con cui il fenomeno dell'attacco di panico viene osservato, si trovano in letteratura vari e differenti approcci terapeutici (ad esempio, farmacologico, cognitivo, comportamentale, psicoanalitico), utilizzati singolarmente o integrati secondo diverse combinazioni.

 

 

Terapia psicoanalitica

 

          Secondo De Masi (2004), la terapia psicoanalitica è un eccellente strumento terapeutico e si propone di liberare il paziente dagli attacchi di panico avviandolo, allo stesso tempo, verso una crescita emozionale.

          Sarti et al. (2000), elencando i vari tipi di trattamento per il disturbo di panico, suggeriscono l'utilizzo della terapia psicoanalitica in alcuni casi specifici. Da molti studi è emerso che, in alcuni condizioni, l'esordio del disturbo di panico è preceduto da una significativa incidenza di eventi stressanti, in particolare eventi di perdita. Gli attacchi di panico sarebbero allora preparati da immagini, sensazioni, pensieri paurosi, di natura potenzialmente inconscia, che sono correlati all'angoscia di essere intrappolati e/o separati da figure di riferimento. 

In questi casi, la terapia psicoanalitica opera sulle dinamiche transferali, ripercorrendo la storia pregressa del soggetto, focalizzandosi sulla ricostruzione delle interazioni precoci madre-bambino internalizzate e sul raggiungimento della costanza d'oggetto che è strettamente correlata alla sicurezza di sé (Sarti et al., 2000).

 

Trattamenti farmacologici

 

         La terapia farmacologica ha, come risultato diretto, la riduzione delle reazioni neurovegetative coinvolte nell'attacco di panico.

Nella terapia farmacologica del disturbo di panico vengono generalmente impiegati i seguenti farmaci (Sarti et al., 2000):

 

-         inibitori delle monoaminossidasi (IMAO)

-         triciclici (TCA)

-         inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)

-         alprazolam

 

Ad eccezione dell'alprazolam, che è una benzodiazepina, gli altri psicofarmaci rientrano nella più vasta categoria degli antidepressivi.

         Sarti et al. (2000) descrivono la terapia farmacologica del disturbo di panico suddividendola in tre fasi fondamentali:

 

1.      Fase di impostazione, finalizzata al controllo degli attacchi di panico, dell'ansia anticipatoria e dell'evitamento fobico.

2.      Fase di consolidamento, mirata alla stabilizzazione dei miglioramenti raggiunti.

3.      Fase di prevenzione di riacutizzazioni e recidive, finalizzata al raggiungimento del recupero funzionale.

 

          L'iter terapeutico consiste inizialmente nella graduale riduzione del dosaggio di benzodiazepine, nell'eventualità che il paziente le stesse già assumendo. Poi, viene scelto uno o più farmaci combinati e viene decisa la dose terapeutica. Il trattamento deve essere proseguito per circa 6/8 mesi a dose piena, accompagnato da un eventuale supporto psicoterapeutico. La sospensione della terapia deve avvenire in modo progressivo e graduale e solo dopo che sia trascorso un periodo di almeno 8/12 mesi di effettivo miglioramento (Sarti et al., 2000).

         Tra gli svantaggi della terapia farmacologica Sarti et al. (2000) ricordano gli effetti secondari indesiderati, il rischio di dipendenza e  un significativo tasso di ricaduta una volta conclusa la terapia, che oscilla tra il 20% e l'80%  nei casi in cui non venga completata o sia interrotta dopo poco tempo.

         Rapee (1987) indica che i triciclici, in particolare, comportano gravi effetti collaterali e che la somministrazione di IMAO deve essere necessariamente accompagnata dall'imposizione di severe restrizioni dietetiche. Gli effetti indesiderati degli psicofarmaci generalmente producono, secondo l'autore, bassi livelli di alleanza terapeutica.

          Il paziente va dunque informato dei rischi legati ad una sospensione brusca o precoce del trattamento, ma anche della specifica natura degli effetti collaterali, poiché soprattutto all'inizio del trattamento, potrebbero essere interpretati come prodromici di un attacco di panico, inducendo il paziente a sospendere la terapia (Sarti et al., 2000).

Per questi motivi, Sarti et al. (2000) ribadiscono la fondamentale importanza di una scelta del farmaco individualizzata e adattata ad ogni singolo paziente, tenendo sempre conto dei possibili effetti indesiderati ed esaltando più possibile l'efficacia di diversi interventi integrati.

 

 

Terapia cognitivo – comportamentale

 

         La terapia cognitivo-comportamentale è una delle terapie possibili per il disturbo di panico e per l'agorafobia (Galassi, Ciampelli, 2004; Sarti et al., 2000; Roth e Fonagy, 1996).

Rientrano in questo gruppo sia tecniche specificamente cognitive sia tecniche prettamente comportamentali, utilizzate solitamente in reciproca interconnessione.

          Franceschina et al. (2004) riprendono la suddivisione proposta da Taylor (2000), che identifica quattro principali categorie di trattamenti cognitivo-comportamentali:

 

  1. Interventi psicoeducativi, in cui il terapeuta fornisce informazioni sul disturbo di panico, sui modelli cognitivi e sui metodi di trattamento.
  2. Interventi di ristrutturazione cognitiva, che mirano ad individuare e modificare le convinzioni catastrofiche portando il paziente a sostituirle con cognizioni più realistiche e non catastrofiche.
  3. Strategie di esposizione, in cui il paziente è portato a svolgere esercizi di esposizione sia enterocettiva che situazionale, che possono essere condotti durante le sedute o come compiti da svolgere a casa settimanalmente. Attraverso questi esercizi è possibile operare una verifica sui convincimenti catastrofici relativi alle proprie sensazioni corporee e agli eventi temuti.
  4. Altri interventi, come l'addestramento ad una adeguata respirazione, i training di rilassamento, le strategie di prevenzione, ecc..

 

         Tra le tecniche comportamentali Galassi e Ciampelli (2004) individuano la desensibilizzazione sistematica, l'esposizione in vivo, l'esposizione simbolica, le tecniche di rilassamento, il training respiratorio, il training assertivo e le tecniche di gestione dell'ansia.

Quella considerata più efficace, in particolare per il trattamento della sintomatologia agorafobica, è l'esposizione, che può essere effettuata sia in vivo, cioè mettendo realmente il paziente a confronto con le situazioni oggetto di evitamento fobico, sia nell'immaginario, ovvero aiutando il paziente a rievocare la situazione temuta mediante la ristrutturazione cognitiva (Sarti et al., 2000)

La tecnica cognitiva più comunemente utilizzata nel trattamento del disturbo di panico è, appunto, la ristrutturazione cognitiva, che mira a modificare le interpretazioni catastrofiche che il soggetto associa al panico (Barlow, 1988).

 

 

Trattamenti combinati

         In uno studio condotto da Barlow et al. (1984) cinque soggetti che soffrivano di attacchi di panico sono stati trattati con una combinazione di trattamenti, che comprendeva rilassamento muscolare, EMG biofeedback, insegnamento di auto-strategie di coping e interventi per modificare i pensieri che provocano ansia. I pazienti stati comparati con un gruppo di controllo costituito da sei soggetti che soffrivano di attacchi di panico e che erano stati inseriti in una lista di attesa. I risultati hanno indicato una diminuzione del panico significativamente maggiore nel gruppo dei soggetti sottoposti a trattamento rispetto al gruppo di controllo.

          In un ulteriore esperimento (Gitlin et al., 1985) undici soggetti con disturbo di panico sono stati trattati con un pacchetto di interventi che includeva educazione, respirazione addominale ed esposizione. I risultati hanno indicato la scomparsa del panico in dieci degli undici soggetti a fine trattamento e nel follow-up a distanza di cinque mesi.

Inoltre, i soggetti hanno riportato che l'educazione e la rassicurazione sugli attacchi di panico, attraverso cui sono state modificate le cognizioni catastrofiche, sono stati a loro parere, tra gli interventi del pacchetto di trattamento, i fattori di maggior utilità, seguiti dalla respirazione addominale, che mirava a ridurre l'iperventilazione.

          I risultati di questi due studi, a causa della molteplicità dei trattamenti utilizzati, non riportano conclusioni che consentano generalizzazioni sui meccanismi di cambiamento; dimostrano, tuttavia, che le tecniche psicologiche possono produrre una significativa riduzione nell'esperienza degli attacchi di panico.

 

 

Dati sull'efficacia dei trattamenti

         Roth e Fonagy (1996) hanno raccolto numerose rassegne di meta-analisi attraverso cui è stata esaminata l'efficacia dei trattamenti per il disturbo di panico con e senza agorafobia.

Dai diversi e numerosi studi meta-analitici sono emersi dati interessanti, che raggiungono una coerenza significativa e quindi utile a una maggiore comprensione dell'efficacia dei vari trattamenti.

         I soggetti con disturbo di panico con agorafobia sembrano avere miglioramenti leggermente inferiori a quelli riscontrati nei soggetti con disturbo di panico senza agorafobia.

         La terapia psicoanalitica puo' ottenere in condizioni ottimali la remissione completa dei sintomi offrendo nel contempo al paziente strumenti atti a garantire la crescita personale e la maturazione emotiva.

 Le terapie comportamentali che utilizzano tecniche di rilassamento e di esposizione sono risultate in particolar modo rilevanti per il trattamento dei sintomi fobici, con tassi di successo inferiori, ma comunque significativi, nel trattamento per il disturbo di panico. Le tecniche cognitive, invece, sembrano avere un impatto rilevante nel trattamento dei sintomi del panico.

I trattamenti cognitivi combinati con l'esposizione sono risultati efficaci per il disturbo di panico con agorafobia in 2/3 dei casi e per il disturbo di panico senza agorafobia nel 85% dei casi.

È interessante notare che il trattamento comportamentale e il trattamento cognitivo-comportamentale hanno dimostrato un impatto altamente significativo a livello statistico, ma che, negli studi presentati, la percentuale di guarigione completa dei pazienti è stimata tra 1/4 e 1/3 dei casi.

         I dati hanno evidenziato inoltre che i trattamenti psicologici, rispetto a quelli farmacologici, provocano un miglioramento che, nel complesso, si mantiene nel tempo, mentre il trattamento farmacologico, se utilizzato da solo, produce un effetto terapeutico che generalmente diminuisce rapidamente dopo la sospensione e provoca facilmente delle ricadute.

I tassi di ricaduta sono inferiori per la terapia comportamentale e per la terapia cognitivo-comportamentale. Con la sospensione dei farmaci, i tassi di ricaduta sono più alti per le benzodiazepine e per l'imipramina, mentre sono altamente elevati per gli IMAO.

Le benzodiazepine, se impiegate da sole, hanno un impatto non significativo e, anche se somministrate in combinazione con il trattamento psicologico, contribuiscono scarsamente alla riuscita del trattamento. Gli antidepressivi, invece, nel caso del disturbo di panico, potrebbero migliorare gli effetti degli interventi psicologici.

          In base ai risultati emersi dalle meta-analisi riportate, Roth e Fonagy (1996) affermano che, in linea generale, il disturbo di panico (con e senza agorafobia) risponde meglio al trattamento combinato in cui vengono adoperate tecniche cognitive e tecniche di esposizione. Gli autori suggeriscono che questo dovrebbe essere utilizzato come trattamento elettivo e che il rilassamento applicato potrebbe offrire un utile contributo aggiuntivo.

          I tassi di successo sono inferiori nei casi particolarmente gravi di disturbo di panico con agorafobia; per il trattamento di queste condizioni più severe gli autori consigliano, fra tutti gli interventi, l'utilizzo di tecniche di esposizione eventualmente affiancate da una terapia cognitiva, che potrebbe aiutare il paziente a migliorare la sua capacità di affrontare il panico.

          In aggiunta a queste considerazioni, gli autori ricordano comunque che, anche dopo i trattamenti considerati più efficaci, una considerevole percentuale di pazienti, confrontati con un campione sano, continuerà a presentare dei disturbi. In tal senso la terapia psicoanalitica, talvolta di durata maggiore rispetto ad altre, è in grado di offrire maggiori garanzie di stabilità nel tempo rispetto ai risultati raggiunti.

 

      

 

 

2008 Serena Terigi. Redazione  Pagine Blu degli Psicologi Psicoterapeuti

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